L’ultimo giorno

Oggi è l’ultimo giorno.
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Mi sveglio. Tardi. Non ho il tempo di fare l’appello tra quello che funziona e quello che non funziona. Non importa, tanto, come sempre ultimamente, sarà mio marito ad accompagnarmi. Se mi accorgerò di stare male potrò sempre prendere la pillola magica, che non sempre serve, ma che solitamente almeno un po’ mi aiuta.
Facciamo colazione, in fretta perché è tardi.
Partiamo.
Arriviamo e… non c’è nessuno. La sala d’aspetto è vuota. Ho conosciuto un po’ di persone in queste sei settimane e ci tenevo a salutarle. Invece non ci sono. Sono molto delusa, non lo nego.
Aspettiamo e arriva la prima coppia. È il marito che è in cura, e la moglie lo accompagna. Sono davvero felice di vederli, ma quello a cui tenevo di più ancora non si vede.
È un signore che avrà una sessantina danni, o forse una cinquantina portati male. Ha i capelli brizzolati a caschetto, il viso tondo, abiti casual gli ricadono addosso sul corpo magrissimo e non tanto alto. Mi saluta sempre, anzi, ci salutiamo sempre. Ha l’espressione molto dolce e un paio di piccoli tatuaggi sulla mano sinistra. Impossibile sapere il suo nome, qui siamo tutti numeri; ed è impossibile conoscere la sua storia perché lui non può parlare: ha il collo sottile come quelli che vengono operati alla gola a causa di tumori. Ha sempre una sciarpetta attorno al collo quando arriva, e se la mette quando deve andare via, ma qui la toglie, non ha senso nascondersi qui, siamo tutti uguali, abbiamo tutti “quel problema”.
Però anche tra di noi ci sono quelli più fortunati e quelli meno fortunati e lo so, io lo so, che la gente davanti alla sofferenza, la morte, le sentenze, non sa come comportarsi, quindi quel signore lì lo salutano ma non lo “coinvolgono”. Certo, c’è poco da coinvolgere: non può parlare, ma c’è modo e modo di salutare, di incontrarsi, di scambiarsi quei pochi attimi di vita in sala d’attesa. E io l’ho sempre coinvolto, perché l’ho sempre salutato come se potesse rispondermi, perché qualche volta gli ho chiesto come andava e, a modo suo, facendo “così così” con la mano, mi ha risposto. Gli ho sempre sorriso col cuore aperto. Lo sentivo simile a me, lo sentivo vicino e in tutte queste sei settimane ho cercato, con un semplice saluto, di farglielo capire.
Mi fanno entrare, ma qualcosa non va nella macchina, deve venire il fisico, quindi mi fanno rivestire, mi fanno riuscire e mi fanno aspettare ancora.
E io esco, mi metto a parlare con la moglie del signore di cui ormai conosco la cartella clinica completa e finalmente arriva! E allora, ecco, non perdo tempo.
– Buongiorno! Quante gliene mancano? – Chiedo
Mi fa il gesto del numero uno con la mano e mi guarda fissa negli occhi, sempre sorridendo.
– Cioè oggi è l’ultima o deve tornare domani?
Mi fa il segno della ripetizione con le due mani.
– Ah be’, ma allora ormai anche lei è in dirittura d’arrivo! Io finisco oggi invece, non ci vediamo più. Come sta andando?
Mi parla, senza voce ma mi parla. Mi indica la schiena e mi dice, afono, “brucia” e accompagna questo mimo con uno sguardo molto triste.
– Eh la pelle! Lo so, può fare così. Lo fa nella schiena? Sono i polmoni?
Annuisce, triste.
Poi lo fanno entrare, fa la terapia, non dura mai molto, quindi esce che io sono ancora lì che aspetto il mio turno, chissà che fine ha fatto il fisico.
Si riveste. Lo guardo.
Si mette la giacca e la sua sciarpina poi si volta verso di noi.
“Auguri” mima con le labbra.
– Tanti auguri a lei! – E gli faccio il sorriso migliore che possa scovare in me.
Mi manda un bacio con la mano e se ne va e in quel momento so che non lo rivedrò mai più.
Ecco, questo l’ultimo giorno di radioterapia.
Cadorago, 6 dicembre 2016
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Cànon Nostrum

Vorrei fare una riflessione su una questione che mi assilla da un po’.

Io sono un’editor (oltre a tante altre cose) e nell’evoluzione di questa mia professione ho risucchiato nozioni su nozioni per essere sempre più ferrata in materia, per non lasciare nulla al caso e per essere ben lucida e consapevole di quello che poi vado ad operare sui testi altrui (e anche miei in fase di creazione).

E, forse vi sembrerò ingenua se ora me ne esco con una riflessione che vi sembrerà ovvia, ma mi sono ovviamente resa conto che le varie scuole di scrittura, i suggerimenti, i diktat, sono sempre più o meno quelli. Soprattutto quando provengono dagli autori contemporanei, ma anche già dall’inizio del secolo scorso.

Si inneggia la sintesi, lo show don’t tell, azzerare gli aggettivi, annientare gli avverbi, fobia per i gerundi e per le consecutive. La sintassi deve essere asciutta. Il messaggio deve essere come la freccia di un arco: arrivare al centro dell’anima del lettore e abbatterlo al primo colpo. (Ho riassunto in modo grossolano, ma più o meno la questione è questa).

Ora, io mi ricordo che quando studiavo letteratura alle superiori e all’università, talvolta usciva questa parolina “canone”. La treccani al lemma CANONE ci dice queste cose:

Canone Treccani

Ecco, noi, ora come ora, stiamo seguendo un canone. Un canone che ci arriva dalle elaborazioni e le evoluzioni del secolo scorso. No, non tutti, solo quelli di noi che hanno fatto corsi di scrittura creativa e quelli che si affidano agli editor.

Come la letteratura cavalleresca si omologava al proprio tempo, noi ci omologhiamo al nostro.

E va bene così, la mia non è una critica a ciò che facciamo.

Ma io mi e vi chiedo: dato questo, è possibile decidere scientemente dove vogliamo andare?

Noi stiamo prendendo i canoni che ci sono stati lasciati in eredità (quelli tra noi che conoscono la narrativa culturale del ‘900) e poi? Che ne facciamo? Cosa vogliamo farne? Vogliamo applicarli pedissequamente, bovinamente (e già qui ho usato due avverbi in -mente uno di seguito all’altro) come fossero maglie a taglia unica che deve andare bene a tutti e se ti va bene ok altrimenti scendi dalla giostra?

Non vi lascio con la mia risposta, perché non ce l’ho, vi lascio con delle domande.

Stiamo o non stiamo scrivendo anche noi dei nuovi canoni? Se sì, quali sono? Se no, cosa dobbiamo fare per evolverci? È indispensabile evolversi? Se sì, in che direzione e perché?

Ecco. Queste le mie riflessioni da qualche tempo a questa parte.

 

 

Il teatro sensoriale di Enrique Vargas

ORACOLI

 

Loro ti aspettano in una baracca di latta. Il biglietto per lo spettacolo va prenotato con un certo anticipo, fissando giorno e ora. Puoi prenotare uno, due o dieci biglietti ma sarai comunque solo quando entrerai. L’uomo sta davanti ad una tenda nera, con un orologio in mano, ti farà entrare solo cinque minuti dopo chi ti ha preceduto.

Giunto il tuo turno, con un gesto cortese, l’uomo t’indicherà la direzione, nient’altro.

Scosterai il pesante tendaggio nero e un mondo certamente inaspettato ti accoglierà.

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Il cortile è immenso, nel buio della notte scorgi alberi al perimetro, l’unica luce disponibile è quella di un fuoco posto a lato del cortile. Ti avvicini e nella penombra una zingara che ti fa cenno di accomodarti, di sederti sul ceppo dall’altra parte del fuoco, di fronte a lei. Ti spiega che stai per intraprendere un percorso e che devi avere una domanda, una domanda importante e personale che lei non vuole conoscere. La tua domanda ti accompagnerà lungo tutto il percorso. Importa solo che tu sappia bene ciò che desideri sapere.

Ti lascerà il giusto tempo per riflettere e quando sarai pronto ti accompagnerà in una stanzetta, ti chiederà le scarpe, e ti dirà di restare lì ad attendere. Chiuderà la porta e tu capirai di non poter più tornare indietro.

 

Nella stanzetta c’è un lettino piccolo, un armadio pieno di abiti, il soffitto è basso e le pareti tutte chiare. Sembra la stanza di una fatina. C’è luce ma è soffusa, uniforme e non si capisce da dove viene, è calda. Il ticchettio di una sveglia ti raggiunge nel silenzio ma non c’è modo di capirne la provenienza, non c’è nessuna sveglia nella stanza, ci sono solo vestiti, vestiti appesi ovunque, l’armadio aperto sembra una raggiera di vesti che si estendono nel piccolo spazio circostante.

D’improvviso, dall’armadio si spande il suono di un carillon, ma tutto sembra uguale a prima e il carillon non c’è.

Fissi l’armadio per capire cosa succede e vedi che gli abiti cominciano a ondeggiare. Aspetti, capisci che non è casuale, sta per succedere qualcosa… succede qualcosa, proprio a te. Appare una mano tra i panni appesi, la mano, solo la mano, ti invita, tu la tocchi ma non hai ancora abbastanza coraggio per decidere di seguirla, è tutto strano e straniante, ma poi ti accorgi che sta arrivando qualcuno, che la zingara forse sta venendo a prenderti e capisci che è la tua ultima possibilità, o ci stai o torni indietro. È un attimo, un momento d’eccitazione, di paura, decidi e rischi, afferri la mano che ti chiama e ti trovi avvolto ovunque dai vestiti, vestiti di tutti i tipi, appesi ovunque, non vedi dove sei, ci sono troppi vestiti e devi scansarli, devi farti largo. La mano è sparita insieme al suo proprietario che ancora non hai mai visto, procedi con calma guardandoti attorno, spostando gonne, pantaloni, abiti lunghissimi… poi un’ombra corre tagliandoti la strada, eccolo, è lui! Ma corre tra le grucce sovraccariche, cerchi di afferrarlo ma lui corre, si ferma un attimo, ti guarda e scappa di nuovo, sembrerebbe un arabo, per lo meno è abbigliato come tale, ha il volto scuro ma dolce, vorresti parlargli ma quando stai quasi per prenderlo sei già vicina ad un altro tendone nero, qualcuno ti afferra, troppo in fretta perché tu possa capire cosa succede.

Uno specchio sotto gli occhi, messo in modo che tu non riesca più a vedere il pavimento, il tuo mondo ora è rovesciato. Quel che vedi non sta sotto i tuoi piedi, sta sopra, lo sai, eppure non riesci a controllare la tua paura, sembra di camminare nel vuoto. Un vuoto poco profondo, come se ti trovassi in barca sopra un mare limpidissimo, i piedi che si muovono sono i tuoi, ma non sai esattamente dove ti portano, stai guardando nell’azzurro di quell’acqua limpida, ti godi il panorama lì giù in “basso”. Qualcuno ti tiene per le spalle guidando il tuo passo incerto perché sa che presto potresti avere davvero bisogno; dopo pochi passi, infatti, il vuoto profondo aumenta di colpo, ti trovi sull’orlo di un baratro e infondo a quell’azzurro vedrai un uomo che cade, o annega, è come un gradino, dopo quel gradino potresti precipitare insieme a lui. Ti fai forza, ti convinci che non è vero, che quello che vedi è sopra, non è sotto, i tuoi piedi sono al sicuro, non c’è niente, non succederà nulla ma stai fermo, atterrito, avanzi di pochi millimetri per volta finché hai la certezza assoluta che non precipiterai. E se quel passo lo fai è un miracolo, perché capisci che stai camminando nel vuoto e che anche se non precipiti quel vuoto è più vuoto che mai ed è tutto tuo, vero più che mai, puoi farne quello che vuoi.

 

Alla fine di questa magia percorri un corridoio fatto di tendoni scuri, fino a che incontri una maga seduta davanti a un altare che davanti alla luce di un candelabro mischia delle carte. Ti fa cenno di sederti e di scegliere una carta, non la vedi, le carte sono coperte, sarà lei a scoprire la carta che scegli e ti racconterà una storia, o forse due, quello è il tuo Oracolo.

Il mio è la Papessa, ci ha messo un cordoncino e me lo ha appeso al collo chiedendomi di averne cura fino alla fine del mio viaggio, annunciandomi che forse l’avrei prima o poi smarrita ma di non preoccuparmi perché l’avrei certo ritrovata in un giardino, un giardino speciale. Ha aperto una tenda e mi ha indicato la mia strada.

Ho fatto pochi passi in un corridoio immerso nella penombra finché mi sono ritrovata in una stanza che conteneva scrigni, piccoli tesori, forse la tana di un folletto, fuori poteva esserci un bosco; lì ho trovato un baule dove infatti un folletto dormiva, mi sono avvicinata, non c’era molta luce, lui poi si è svegliato e mi ha pregata di sedermi vicino al suo baule. Ha preso le mie mani, ha giocato un po’ con le mie dita, i miei palmi, guardandoli attentamente, poi ha depositato sul palmo della mano destra un seme, dicendo che quel seme era la mia domanda e di custodirla. Ha guardato la carta che avevo al collo ed è uscito dal baule. Con una chiave ha aperto uno scrigno dal quale ha estratto un libro fatto di foglie secche nel quale c’era una pagina con l’immagine della Papessa, nella pagina successiva c’era una chiave che mi ha consegnato dicendomi di conservarla che mi sarebbe servita più avanti.

Anche lui mi ha indicato la via da seguire poi si è rimesso a dormire nel baule.

 

Il corridoio che ho seguito dopo questo incontro era lungo, fatto di scale e curve, salite e discese, sempre tra il buio e la penombra, percepivo profumi, suoni, tutto era ovattato. Volevo andare con calma, non volevo che finisse troppo presto, però ero anche molto curiosa di sapere cosa mi sarebbe successo dopo e di cose me ne sono successe! Talmente tante, talmente forti, che i ricordi si sovrappongono, si confondono e si sostituiscono. Alcuni eventi hanno una successione chiara, necessaria, altri svaniscono o risultano inspiegabili. Perciò non ricordo cosa accadde dopo aver incontrato il folletto o chi vidi, so però che il seme, il mio quesito non lo tenni in mano a lungo, perché incontrai uno strano essere tutto gioioso che sembrava uscito da Alice nel paese delle Meraviglie, aveva un cilindro rosso in testa e uno strano abbigliamento, sembrava finto ma era vero, uscito da una pagina di fiaba; nella stanza c’erano tanti vasetti per piante, ma erano piccolissimi, in alcuni c’era la terra, altri erano ancora vuoti. Mi fece capire a gesti che dovevo sceglierne uno, poi mi prese una mano e la immerse in un baule di legno dove teneva della terra e mi fece piantare il seme. Soddisfatto e felice della mia scelta mi indicò la strada per proseguire.

Credo che camminai molto, spostai molte tende e andai a finire in una stanza tutta bianca piena di veli bianchi appesi dove mi apparve una donna vestita di bianco, l’abito importante, ricamato, bello, era Lei, la Papessa, la mia carta, ero io; si fece inseguire un po’ tra i tendaggi lunari e quando la raggiunsi mi fece vedere la biglia che teneva in mano, la inseguii ancora un po’ finché si decise a darmela ma poi la rivolle quasi subito, la infilò in un buco nella parete e mi chiese di seguire il percorso della biglia ascoltandone il rumore attraverso la parete. Quasi nessuno parlava con me, non era necessario, tutti i sensi erano talmente protesi che la necessità della parola era quasi completamente svanita.

Inseguii la biglia fino alla Stanza della Biglia, c’erano percorsi d’acqua metallo e legno, c’era una enorme spirale di ferro dove la biglia correva e correva, correva senza fermarsi o rallentare. Alla fine la ripresi e la tenni nella stessa mano dove avevo la chiave, ero certa che ormai tutto avrebbe avuto un seguito e un senso.

Trovai una donna seduta con un piccolissimo tavolo pieno di minuscoli oggetti che riordinava continuamente. Tra questi una bilancina da droghiere e fui invitata a scegliere due oggetti che potessero stare in equilibrio, era la signora Temperanza, che riprese la biglia e la infilò in un buco, e prima di lasciarmi andare mi fece innaffiare un vasetto pieno di terra, dicendomi che dovevo dare da bere alla mia domanda.

Fu poi la volta del Bagatto, il Bagatto mi fece giocare molto, con le mani, e con le luci impressionò la mia immagine su un cerchio enorme che poi fece girare e fummo felici di scoprire che la mia immagine ricadde quasi dritta.

Trovai un deserto lunare fatto di sabbie colorate, azzurre e arancioni con un cumulo di pietre al centro su cui gocciolava acqua dall’alto; trovai una barbona indiana che dormiva a terra e mi fece chiudere gli occhi e giocare con la sabbia prendendomi le mani, con una ciotola in bronzo creò un suono da fumatore d’oppio, poi si rimise a dormire dimenticandosi di me. Riaprii gli occhi e continuai a camminare. Arrivai, dopo alcune scale, ad un corridoio più buio di quelli percorsi fino a quel momento.

Al fondo di questo corridoio stava una stanza dalla quale si poteva udire della musica, era un vecchio giradischi che spandeva musica anni Venti, pensai che dovevo raggiungere questa stanza, non sempre era facile capire quale fosse il percorso esatto, era sempre più buio… ma, insomma, l’invito, in questo caso era chiaro… ma c’erano delle ombre lungo il corridoio cupo. Ombre immobili, uno aveva un cilindro; ma non facevano nulla, allora pensai che se dovevo incontrarle le avrei certamente incontrate dopo, volevo prima vedere la stanza. Andai e appena fui dentro la porta si richiuse violentemente alle mie spalle, mi voltai di scatto e lo vidi, era un uomo in frac, aveva un cilindro nero in testa, era alto e bello, biondo e riccio, aveva lo sguardo malizioso di chi sa di averti preso in trappola. Mi fece notare i grappoli d’uva appesi ad un lato della stanza e mi invitò a servirmi. Stavo per prenderne uno ma mi convinse che ce ne erano dei migliori, ne scelsi uno buono e stavo per mangiarlo quando mi fermò e mi fece sedere davanti ad un alto tavolino, lui mi si sedette di fronte e mi istigò a giocare. Lo sguardo vagava tra il malizioso e il persuasivo, come un bravo venditore, come un provetto seduttore.

Eliminò il telo bianco che copriva il tavolino e mi chiese, sempre a gesti, di sollevare le maniche del vestito, credevo volesse sfidarmi a braccio di ferro. Gli porsi la mano ma sorridendo nel solito seduttivo modo mi fece capire che dovevo tenere il chicco d’uva nella mano che gli porgevo.

Accostò la sua mano alla mia, prima delicatamente per poi iniziare a stringere. Stringeva sempre di più, fino a quando il chicco d’uva si spappolò e cominciammo una specie di danza con le mani tutte bagnate del succo dell’acino spiaccicato. Mi guardava dritto negli occhi. Era uno sguardo preciso, era una sfida emotiva, voleva vedere fino a che punto avrei accettato il gioco e contemporaneamente farmi capire che ormai ero comunque in trappola. Le mani, le dita, si contorcevano attorno alle mie mani, alle mie dita come fossero baci, tra i più passionali, ero imbarazzata, soprattutto dal fatto che mi piaceva e mi sentivo impotente e in sua completa balìa.

Quando pezzetto dopo pezzetto, goccia dopo goccia, non rimase proprio più nulla del chicco d’uva, mi invitò a guardare al centro di questo strano tavolino: non era un tavolino era un parallelepipedo vuoto e infondo a terra si potevano vedere i resti di altre decine e decine di chicchi d’uva. Come ci si rimane? Sai che non sei più il solo ad essere caduto nel malizioso gioco, e questo è triste ma anche divertente: capisci che quello è davvero il Diavolo, chi altro mai? E che, è evidente, non se la fa solo con te.

Mi ha fatta alzare e con un gesto rapido da seduttore mi ha afferrata per le spalle premendo il suo corpo dietro al mio, col suo fiato tra i capelli e la mano libera ha guardato la mia carta, e mentre pensavo che ero fatta, adesso mi avrebbe baciata, perché sì, era uno spettacolo, ma fino a che punto si può arrivare?

 

Altrettanto velocemente mi spalanca una porta diversa da quella da cui sono entrata e mi trovo davanti la figura del Diavolo… Lo sapevo, non poteva essere che così.

C’è una bacinella con acqua calda, mi lavo le mani e percorro un corridoio pieno di corde di tutte le misure, le scanso perché intralciano il cammino, da lontano vedo una costruzione in legno, tipo piramide con la punta tronca, la luce come sempre non è mai sufficiente. Prima di arrivare in questo spazio vedo subito la carta dell’Appeso. Bene, so cosa mi spetta.

Ecco, lo spazio si slarga e scorgo la figura di un bruto. Un tipo basso, tarchiato con capelli cortissimi e barba incolta che più che ricoprire il viso lo invade, è corrucciato e sembra fare calcoli strani scrivendo su una parete. Mi vede, mi squadra, ho un po’ paura, ha la faccia da psicopatico, mi guarda storto, non so cosa farà.

Decide che può usarmi in qualche modo, mi piglia e mi piazza con la schiena contro al muro, sono irrequieta, mi sento davvero in trappola, ma aspetto (del resto, che posso fare?). Prende una corda e sembra prendermi delle misure ma lo fa appoggiando il suo enorme pancione contro il mio corpo. Non so cosa fare, sono tra la paura e il divertimento, fa passare la corda intorno ai fianchi, poi misura il mio viso, bloccando la cordella ad ogni curva con un dito, dopo la fronte prima del naso, tra il naso e il labbro superiore, nella conca del mento, sotto il mento e scende, misura la lunghezza del mio torace… Quando si fermerà? Si ferma lì.

Si stacca da me e mi prende per mano. Ci avviciniamo alla struttura di legno e vedo che dall’alto scende una corda con un sasso legato al fondo il quale appoggia ad una tavola di legno trasversale a metà altezza rispetto all’intera struttura. Lega le cordelle con le “mie misure” al capo della corda che tiene il sasso e comincia a sollevarlo. Mi spiega a gesti che devo legare l’altra cima dal lato opposto della struttura tronca in modo che passi parallelamente sopra l’asse dove si trovava il sasso prima che venga alzato poi prende una candela, la accende e la piazza sull’asse sotto la cordella. Velocemente mi prende per mano, dolcemente per allontanarmi mentre io a questo punto rido, anche lui ride, ride del mio divertimento e, questa volta ne ho la certezza, per la prima volta a qualcuno cade la maschera. Forse che ci si mettesse a ridere non era previsto, ridiamo insieme allontanandoci mentre lui parla e mi dice “dai, vieni via”. Mi abbraccia mentre la cordella brucia facendo cadere il sasso che spegne la candela, e ridiamo sempre di più. E adesso devo proseguire ma non vorrei, vorrei che venisse con me, perché adesso gli voglio bene e non voglio andare più via.

Ma lui mi fa strada…

È la volta del grano. C’è una stanzetta bassissima, per entrare ci si deve piegare, soffitto e pareti sono di teli bianchi che fanno curve morbide, il pavimento non si vede, è ricoperto di grano, tantissimo grano, ci sono almeno venti centimetri di chicchi di grano. La ragazza che siede lì dentro mi fa sedere, fa scendere una pioggerella di grano sulla mia testa poi si rotola nel grano incitandomi a imitarla, c’è un momento di euforia, ci lanciamo il grano, ci sdraiamo, ci rotoliamo, ci piacciamo. Mi fa dono di una manciata di grano, scopre sotto lo strato di grano l’immagine delle Stelle, credo, e mi fa uscire da un buchetto stretto.

Dall’altra parte c’è un uomo anziano vestito di bianco che mi accoglie e mi fa sedere, mi chiude gli occhi e con uno strano strumento crea un suono alle mie spalle, che dopo un po’ sembra penetrare in tutto il mio corpo. Mi rilasso, tanto da dimenticarmi del posto, dimenticando tutto, persino chi sono. Ovviamente poi smette, guarda il mio ciondolo, mi chiede cosa significa, gli dico che è il simbolo zodiacale dei Pesci e mi sorride. Mi fa mettere il grano nella macina            e mi illustra il processo di creazione della farina, la raccoglie e la pone nelle mie mani e indicandomi ancora la direzione in cui proseguire.

A questo punto accade la cosa più incredibile del viaggio.

Sono in un corridoio scuro e infondo all’altezza del viso c’è un riquadro, sembra una specie di piccolo teatrino dei pupi, dentro mi pare ci sia una ballerina, è troppo buio per averne certezza, il teatrino è illuminato di rosso. Apparentemente non ci sono altre uscite così mi avvicino per guardare lo il piccolo spettacolo dentro al piccolo riquadro, ma subito la luce si spegne. Rimango lì al buio come una scema e subito due mani afferrano le mie caviglie. Mi chino e quelle stesse mani incontrano le mie ancora piene di farina, le mani, quelle non mie, trascinano le mie in una fessura rasoterra e cominciano ad accarezzarle. Le uniche parole che possono descrivere ciò che è accaduto è dire che ho fatto l’amore con le mani. Le mani, quelle mani, hanno fatto fremere tutto il mio corpo, mani, farina e sensualità, sembrava non finire mai, e credo di essermi innamorata. Volevo piangere, volevo vederlo, conoscerlo, toccare, non solo le sue mani ma tutto il suo corpo.

Volevo andare oltre.

Sono andata oltre.

L’ho amato e lo amo ancora. Abbiamo curato la farina e abbiamo impastato e nella pasta quelle mani, le nostre mani, tutte le mani, affondavano senza più distinguere quali fossero le mie e quali fossero le sue.

Mi ha regalato un po’ di pasta, frutto di quell’amore, e a quel punto il tendone nero alla mia sinistra si è aperto. L’ho lasciato a malincuore e ho proseguito. Subito dopo ho depositato la mia pasta dove mi è stato richiesto e sono andata ancora avanti. Altre cose sono successe, ho perso la mia carta e l’ho ritrovata in un giardino davvero speciale, come mi avevano detto; mi sono smarrita e mi sono ritrovata, ho incontrato il Sole e la Morte e alla fine ho usato la mia chiave per uscire. Mi sono ritrovata in una specie di cucina medievale dove ho bevuto tè e ho mangiato il pane che avevo fatto “con tanto amore”.

Una volta uscita ho trovato le mie scarpe ma non me stessa. Ci ho messo un po’ per accettare che tutto fosse finito. E tuttora cerco di capire e ritrovare i segni che ha lasciato nel mio animo.

Non aggiungo altro. Lascio odori, suoni, profumi, esperienze tattili, emotive, immaginazione e tutto quello che non ricordo o che ricordo confusamente alla fantasia di chi legge questi appunti, perché quel che manca si può trovare solo lì.

Con tutto l’amore che ho trovato in Oracoli.

autunno 1997

 

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Benvenuti nel mio mondo. Nel mio Zibaldone. Qui troverete di tutto un po’: riflessioni semplici, racconti, video, progetti… spero che qualcosa di tutto ciò possa gettare un seme di creatività nel mondo. Solo per questo ha senso vivere.

[…]
E’ necessario credere
Bisogna scrivere
Verso l’ignoto tendere
Ricordati Baudelaire, Baudelaire, Baudelaire..
[…]
E’ necessario vivere
Bisogna scrivere
All’infinito tendere

La Rotella

Martirio, Moglie e Suocera (del Martirio) devono cambiare casa e Martirio e Moglie mettono sottosopra la casa per cercare la rotella metrica che servirà per andare a vedere il nuovo appartamento e stabilire se è esattamente delle misure che servono loro.
Martirio, unico e vero proprietario della Rotella (uso la maiuscola perché sono giorni che la cerca e ormai è diventata una figura mitologica),

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gira e rigira tutta la casa, sposta oggetti, apre bauli, rinviene reperti di tecnologia postmoderna, il tutto con un brontolio sommesso, una specie di mantra “la vedevo sempre in giro, e adesso che serve…”
Moglie e Suocera decidono che, va be’, sarà il caso di dargli una mano, almeno a trovare un metro da sarta, che in mancanza d’altro, a mali estremi, può fare un po’ di lavoro.
Suocera perde subito la pazienza perché per fare questa operazione le viene messa sottosopra tutta la camera.
Moglie scomoda la gatta, apre bauli, scoprendo di avere valori inestimabili in infiniti modelli in disuso di iPod Shuffle, palmari del giurassico e poi, stufa, richiude tutto nel baule e decide di cercare la Rotella semplicemente tra le cose di Martirio.
Quello scaffalino piccolo dove Martirio tiene tutte le cose più strane senza una logica apparente, dai DVD (di Moglie) del Dottore, ai colori acrilici per i momenti di creatività pittorica, a confezioni di cacciaviti di tutte le misure.
E lì, dietro un angolino, nascosta e invisibile dall’ombra del compensato che fa da divisorio tra un lato e l’altro la Rotella le fa l’occhiolino.
Moglie, molto soddisfatta e anche un filino incazzata perché doveva lavorare e invece ha perso un sacco di tempo a cercare Rotella, la prende, la nasconde dietro la schiena e si avvicina a Martirio dicendo “Ma se la trovo cosa mi dai?”
Lui tenta “Un bacino?”
Movimento di diniego della testa di Moglie.
“Due bacini?”
“Troppo poco, caro”
“Tre?!” Chiede allarmato come dovesse sprecare la sostanza che trasforma il piombo in oro.
“Ti ricordo che tu avevi detto che mi regalavi l’abbonamento a EWWA e ancora non l’hai fatto…”
Martirio la prende in ridere “L’hai trovata?”
Moglie annuisce e la mostra finalmente a Martirio che non sta più in sé dalla contentezza.
“Amore, i dati per il bonifico te li mando via email”

Tu non c’eri

E, poco dopo i vent’anni, mi sono stufata.vasco-rossi-concerto-670x274
Cioè, dopo i vent’anni mi sono resa conto che mi ero stufata, ma magari era successo prima e me ne sono accorta solo quando, dopo qualche anno di università, il suo modo troglodita di emettere suoni ha cominciato a irritarmi in modo irreversibile.
Perché usare sempre quel maledetto “te” come soggetto?
Perché, poi, continuare, dopo tanto tempo sulle scene, dopo aver girato mezzo mondo e aver parlato con chissà quante altre persone, con quegli urletti “eh!”, “seee”? Sempre. Continui. Come se l’unica vocale della lingua italiana fosse la E.
E poi perché continuare a cannare tutti quei congiuntivi?
Snob e spietata, con pochi anni da studentessa fuorisede alle spalle, avevo già la mappa esatta dei dialetti italiani in testa e non tolleravo nulla che non fosse pronunciato o scritto in un italiano più che perfetto.
Non capivo un cazzo della vita, semplice.
Avevo talmente paura di essere colta in fallo che sventolavo la mia bacchetta da maestrina ovunque e con chiunque pur di dimostrare (a chi?) che io sapevo, che io ero una universitaria, ci tenevano un sacco a casa a questa cosa, e pur di accontentarli ho sfiorato l’ipercorrettismo dei semicolti.
No, ok, non esageriamo, però ho iniziato a rompere le palle, spesso e inutilmente. E devo ancora smettere.
Non conoscevo ancora Crêuza de mä; non comprendevo ancora quanto patrimonio stessi perdendo io e stesse perdendo il mondo dimenticando tutto il bel dialetto che mi veniva dalla nonna materna. Sì, è bello dire così, parlare dei dialetti, delle lingue, del patrimonio culturale italiano intrinseco al linguaggio, si vede che ho studiato, eh? Ma il punto non è neanche questo, non è questione di dialetto quella zeta moscia per cui ci prendono in giro dappertutto, quel “vè!” che conclude così di frequente le nostre frasi, che non sono né in dialetto né in italiano, non c’entra il dialetto con i mille “seeee” e gli “eeeh” di Vasco, mille seee e mille eeeh che sono di volta in volta esclamativi, interrogativi, stupefatti, provocatori, incazzati (con le zeta rigorosamente dolci anche e, anzi soprattutto, se sono due). No il dialetto non c’entra, non così tanto, ecco.
Io adesso vorrei anche parlare di quali furono le prime voci a cantare rock in italiano, vorrei parlare dell’impareggiabile cantautorato nostrano, ma il punto non è nemmeno questo.
Il punto è che se hai dodici anni e tua cugina che vive a Milano e per te è il Verbo incarnato e ti spiega esaltata che nella tua città esiste il più grande musicista di sempre, in qualche modo tu ci credi. Ci credi e ci cresci.
Io non mi sono mai sognata, a dodici anni, quando la musica ha iniziato a entrare nella mia vita in modo conscio, di supporre o immaginare che Pink Floyd, Inti Illimani, Dire Straits, Vasco, De Gregori, Toto, Dalla, Bob Dylan, Leonard Cohen, potessero essere schifezze. Con la musica si cresce come con il latte dalla tetta, come con la linguamadre, impari a distinguere i suoni e i sapori a partire da quello con cui sei cresciuto. Non ha alcuna importanza che tu poi da adulto dedichi tutta la tua anima, il cuore e i timpani unicamente ai canti bifonici Xöömej, lo fai, da adulto, perché scegli di approfondire curiosità culturali, ma quando parte Africa dei Toto, o quando l’orologio di Time dei Pink Floyd comincia a ticchettare o quando, in un live, senti quell’ “eeehhh!” che significa poi “sì, ragazzi, sono ancora qui tra voi”, ecco in quei momenti il cuore salta un colpo e tutto il tuo essere viene risucchiato in un balzo temporale che neanche la macchina del tempo!
Ed ecco, marito mio, amore mio, tu non c’eri, quando torno a quei tempi, a quei concerti tanto attesi, che andavi a mezzogiorno col panino e la bottiglia dell’acqua per fare la fila prima degli altri, e spingere dopo, e passare i controlli della polizia con la frenesia di poter correre più in fretta possibile per arrivare sotto il palco, proprio sotto il palco, per vedere meglio, per essere lì, esserci davvero, vedere coi tuoi occhi, non attraverso un cazzo di maxischermo. No non c’eri.
Modena era la città della musica, con il suo stadio Braglia e le tante polemiche, soprattutto quando vennero gli U2, che, leggenda metropolitana vuole, avessero il volume così alto che in alcune abitazioni lì vicine si spaccarono persino i vetri.
Ma la storia era sempre quella: Vasco, Sting, U2, Pink Floyd, sono passati tutti per di lì e noi c’eravamo. Noi modenesi. Tu no. Tu non solo non sei modenese, ma sei anche di un’altra generazione, per te solo Jimi Hendrix e Deep Purple sono musica. Be’, non è così. Non è così e te ne stai accorgendo ora che hai di nuovo tempo per riprendere in mano la chitarra.
Il mondo della musica non si è fermato negli anni ’60 e, te lo giuro, Modena è stata l’ombelico del mondo per parecchi decenni. Non sto discutendo di gusti musicali, ma del clima di fermento in cui uno cresce e impara.
E in quel clima c’era anche lui, Vasco.
Che da ragazzina adoravo, non so quanti concerti ho visto, molti. In uno avevo anche amici che erano entrati a lavorare nello staff di sicurezza.
La cosa importante era conoscere a memoria tutti i testi delle canzoni.
Cosa avrebbe cantato? Be’, ovviamente i classici non mancano mai: Bollicine, Albachiara, Vita Spericolata, ma poi c’erano gli album che erano appena usciti e che noi ossessivamente ascoltavamo nei nostri walkman, subito, dal giorno stesso in cui usciva nel negozio di dischi (quel genere di negozi che ora è in via d’estinzione) fino al giorno del concerto.
E, fondamentale: accendino, carico e funzionante. Per i brani romantici, per creare l’atmosfera di cui tutti noi avevamo bisogno, anche lui, Vasco, ne aveva bisogno, sicuro.
Ricordo la sete, il pomeriggio, sotto il sole cocente, e le lacrime artificiali da mettere per le lenti a contatto “Anche tu porti le lenti a contatto? Non è che potresti prestarmi le tue?, io le ho finite prima…”. Be’ poi, inutile dirlo, c’era chi si faceva le canne, chi si dissetava con la birra (mai capito come facessero, mentre si moriva di caldo, a dissetarsi davvero bevendo birra).
I cancelli li aprivano anche abbastanza presto, e ti toccava stare tutto il pomeriggio a bivaccare sul prato antistante il palcoscenico. Era bello, si faceva amicizia, c’era gente che veniva da fuori, che non avresti rivisto mai più, ma con cui ovviamente scambiavi bigliettini pieni di numeri di telefono destinati a rimanere poi lì sul prato e a essere raccolti il giorno dopo dagli addetti al ripristino.
Ma non è che l’organizzazione ci lasciasse lì a cuocere al sole senza pensare a noi, no no, c’era musica che usciva dagli altoparlanti già sistemati, passavano in rassegna tutti i grandi successi di allora, più di tutti al Braglia di Modena, non mancava mai Tracy Chapman. Be’, Modena è sempre stata schierata, e Tracy Chapman ne era il simbolo in quegli anni. Tante keffiyeh, tante bandiere, e le maglie con la foto di Vasco, o dei Pink Floyd (era il tempo di A Momentary Laps of Reason), o degli U2, o di Sting (primo mitico tour da solista, con musicisti da paura).
Sì, va be’, ma non divaghiamo. Tu non c’eri quando, incazzata come una iena, io cercavo di confrontarmi con un mondo di adolescenti che avevano vite molto più ordinate e normali della mia.
Nessuno c’era a dire il vero. E sai chi c’era? C’era Vasco. C’era Vasco con Albachiara, Jenny è Pazza (dio quanto ho pianto sulle note di Jenny è Pazza). Quante volte l’avrò ascoltata? Il disco ad un certo punto emetteva un fastidioso fruscio e sapevi di dover cambiare la puntina al giradischi o di aver sputtanato l’LP. Ma non era l’unica, anzi, qui io andavo davvero in visibilio e ballavo e urlavo a squarciagola e la vicina di casa si turava le orecchie e sopportava pazientemente che il disco finisse e che io mi stancassi

Metteteci Dio
Sul banco degli imputati
Metteteci Dio
E giudicate anche lui
Con noi
E difendetelo voi
Voi
Buoni Cristiani

Portatemi Dio
Lo voglio vedere
Portatemi Dio
Gli devo parlare
Gli voglio raccontare di una vita
Che ho vissuto e che non ho capito
A cosa è servito
Che cosa è cambiato
Anzi
E adesso cosa ho guadagnato
Adesso voglio esser pagato

(urletti alla Vasco)

Un giro di basso da brividi lungo la schiena e io a pizzicare corde immaginarie nel vuoto (mamma quanto amavo il suono del basso!)

Portatemi Dio!

No, non c’eri, e quindi non credo tu possa davvero capire cosa significa per me vedere quel palco enorme che cresce nel cuore di Modena e io che posso guardarlo solo da lontano, solo da Facebook (avrei mai immaginato allora di vedere Vasco tramite una cosa chiamata internet?) perché sono qua che non sto neanche bene, perché comunque non avrei i soldi per permettermi un biglietto che non ha proprio più i prezzi popolari che aveva allora, perché sono dannatamente lontana!
Sì, perché sono lontana, perché, te lo garantisco, se fossi lì, a Modena, nella mia città, a casa mia, forse al parco Enzo Ferrari ci passerei tutti i giorni a vedere come procedono i lavori. Come fanno i vecchi con i cantieri, sì, uguale. Con orgoglio. Sì, anche se adesso ascolto più volentieri Philip Glass, gli Offlaga Disco Pax, Joni Mitchell, Paolo Conte, Keith Jarrett, anche se adesso quando l’iPod mi passa Vasco io salto in avanti e passo al brano successivo, non conta. Non conta!
Perché Vasco era con me mentre crescevo, mentre percorrevo quelle strade che mi hanno vista ridere, piangere, illudermi e rimanere delusa, faticare prima del tempo, arrancare per difendere il mio diritto di essere quella che sono poi diventata, un giorno dopo l’altro, con Brava Giulianelle orecchie ad incoraggiarmi. C’era Vasco con me.
Sono stati tanti anni, tanti tanti anni. Certo, non c’era solo lui, ma lui era dei nostri; era, è, uno di noi.
E questo palco immenso lo dimostra. È venuto qui (dovrei dire, visto che io sono emigrata, visto che sono lontana “è andato là”, ma io mi sento lì, io sono lì, sono a Modena mentre guardo quelle immagini, quegli uomini al lavoro), qui, tra noi, i suoi concittadini. Noi che se anche abbiamo cambiato strada non ci siamo mai, un solo attimo, dimenticati di lui, mai. Noi che siamo Vasco perché abbiamo tutti nell’anima un pezzetto della sua anima, quella che abbiamo assorbito come spugne da piccoli quando imparavamo le sue canzoni a memoria, tutte, e le sapremmo ripetere anche ora, senza esitazione. Non solo quelle che voi, voi che non siete modenesi, voi che non avete condiviso questo fenomeno avete sentito, e magari distrattamente, solo perché erano dei buoni fenomeni di vendita, no, noi le abbiamo imparate tutte, anche quelle che belle lo erano davvero e che nessuno conosce a parte noi, con tutte le pause giuste, e i “vè” e gli “eeeh”, e gli stacchi. Ecco perché noi siamo Vasco.
Adesso zitto un attimo, guarda, guarda! Ci siamo! Ah no… Il concerto è domani, oggi è solo il 30 giugno, ma allora questa cos’è? Una prova generale? Dio mio, guarda che bello! Che bello quel sole che sorge come un’alba impossibile, come il sorgere del sole visto dallo spazio!
Sarà così che inizierà il concertone. E tu non capisci, non lo pretendo, ancora una volta siamo soli io e Vasco, mentre guardo quel sole sorgere e due lacrime scendono senza il mio permesso.
Mi metto sotto le coperte e guardo i video che cominciano a girare grazie ai vari nugoli di fan che sono accampati lì da giorni e che si sono goduti anche le prove. Io sono lì, sono lì con voi, ragazzi. Posso sentire l’odore d’erba del prato calpestato, e, sì, anche l’odore dell’altra erba, certo, e posso sentire l’odore di sudore, perché sono giornate calde e qui, accampati ad aspettare ci si arrangia, posso sentire gli amplificatori di chi si è portato i lettori musicali:

“C’è qualcosa 
Che non va 
In questo cielo
C’è qualcuno 
Che non sa 
Più che ore sono
C’è chi dice qua 
C’è chi dice là 
Io non mi muovo
C’è chi dice qua 
C’è chi dice là 
Io non ci sono
Tanta gente è convinta che ci sia nell’aldilà 
Qualche cosa chissà?
Quanta gente comunque ci sarà 
Che si accontenterà…”

E sono lì, che ho una voglia feroce di cantare con voi a squarciagola, tanto da spaccarmi le corde vocali, come facevamo da ragazzini, che poi rimanevamo afoni per giorni. Sì, spaccarsi le corde vocali per sentire appena la propria voce sovrastare il suono che esce dal mega impianto che chissà quanto sarà costato e sentirsi un tutt’uno con la musica che impera e domina l’aria, mentre lei ti vibra attorno e dentro, e tu innalzi la tua voce in accordo con quella vibrazione che ti prende le viscere e ti rimescola lo stomaco e il cuore e ti riporta dove credevi che non saresti mai stato più, mai più. Sono lì con voi, vibro con voi, attendo con voi, ballo con voi, ho sete come voi, ho caldo come voi, e come voi me ne frego. Viva Vasco! Viva Modena! Viva la musica!
[…]
E la vita continua
Anche senza di noi 
Che siamo lontani ormai
Da tutte quelle situazioni che ci univano
Da tutte quelle piccole emozioni che bastavano
Da tutte quelle situazioni che non tornano mai
Perché col tempo cambia tutto lo sai
E cambiamo anche noi
E cambiamo anche noi
E cambiamo anche noi
E cambiamo anche noi!